Ieri Jerome Powell ha concluso il suo ultimo FOMC da Presidente della FED mantenendo i tassi fermi al 3.50% – 3.75%, una decisione che era già scontata dai mercati.
La decisione è stata presa riflettendo una certa divisione interna con 8 voti a favore e 4 contrari, facendo registrare il più ampio dissenso dal 1992. Stephen Miran avrebbe preferito un taglio di 25 punti base, mentre Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan si sono opposti all’orientamento tendenzialmente espansivo del comunicato finale.
Inoltre Powell ha annunciato che, dopo il 15 maggio, non lascerà l’istituzione: resterà nel board come Governatore per difendere l’indipendenza della Fed dalle pressioni politiche. Si tratta di una scelta rarissima, che non si vedeva dal 1948, volta a garantire stabilità istituzionale durante la transizione alla guida di Kevin Warsh.
Dalle parole del presidente risulta che l’economia USA non stia soffrendo particolarmente in termini di consumi e quindi di crescita, che la disoccupazione è stabile al 4.3%, ma la creazione di nuovi posti di lavoro è bassa. Questo rallentamento è dovuto sia a una minore domanda di lavoro, sia a una riduzione dell’offerta causata da meno immigrazione e minore partecipazione alla forza lavoro. Sul fronte inflazione invece, le aspettative a breve termine sono aumentate a causa del prezzo del petrolio, mentre quelle a lungo termine rimangono coerenti con i target della Fed (intorno al 2%).
Al di là di ciò che è stato fatto o dichiarato, è interessante osservare le modalità con cui questi sviluppi si sono verificati. La Federal Reserve potrebbe modificare alcuni aspetti della propria politica monetaria con Kevin Warsh (tema che approfondiremo prossimamente). In questo contesto, sia i dissensi interni sia la volontà di Jerome Powell di rimanere in carica potrebbero essere segnali di dinamiche più profonde all’interno dell’istituzione.
Oltre la riunione FED, nella giornata di ieri, dopo la chiusura del mercato cash statunitense, sono state pubblicate quattro trimestrali di aziende particolarmente rilevanti, in grado di influenzare il sentiment dei listini globali. I risultati e le forward guidance forniscono infatti indicazioni cruciali, fungendo anche da barometro per la narrativa legata all’intelligenza artificiale, uno dei principali motori di crescita del mercato negli ultimi anni.
Le aziende che hanno pubblicato sono: Meta, Amazon, Microsoft e Alphabet.
Ecco la sintesi dei risultati:

Tutte le principali metriche, sia in termini di fatturato sia di utile per azione (EPS), hanno superato nettamente le attese (il tema di stime forse poco realistiche verrà affrontato tra poco).
Al di là della crescita operativa registrata da questi titoli, è però importante evidenziare alcuni elementi straordinari che hanno inciso in modo significativo sui risultati.
Per quanto riguarda Meta, l’EPS è stato particolarmente elevato anche grazie a un credito fiscale di circa 8 miliardi di dollari; al netto di questo beneficio, il dato sarebbe stato sensibilmente inferiore. Il credito deriva da agevolazioni fiscali legate agli investimenti in ricerca e sviluppo, che hanno consentito alla società di recuperare parte delle imposte precedentemente registrate.
Amazon, invece, ha registrato un utile netto in crescita del 77% nel primo trimestre del 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025 (30.3 miliardi di dollari contro 17.1 miliardi). Un incremento di tale entità è però in larga parte riconducibile alla presenza di plusvalenze pre-imposte per 16.8 miliardi di dollari, contabilizzate tra i proventi non operativi e derivanti dagli investimenti in Anthropic.
Anche Alphabet ha riportato un aumento dell’utile netto pari all’81% su base annua. Anche in questo caso, la crescita è stata sostenuta in misura rilevante da componenti non ricorrenti, in particolare plusvalenze non realizzate su partecipazioni azionarie non quotate. Considerate che l’utile netto di alphabet per il primo trimestre del 2026 è di 62.58 miliardi di dollari e 37.7 derivano da plusvalenze non realizzate di partecipazioni azionarie non quotate.
In sintesi, queste aziende hanno riportato risultati solidi, con una crescita a doppia cifra dei rispettivi business operativi (indicativamente tra il 15% e il 20%, a seconda delle metriche considerate). Tuttavia, l’incremento particolarmente marcato dell’utile netto è in larga parte riconducibile a fattori tecnici e contabili, soprattutto nel caso di Meta.
Per Alphabet e Amazon, una parte rilevante della crescita dell’utile deriva invece da plusvalenze legate agli investimenti, tra cui quelli in Anthropic.
Alphabet non lo ha esplicitamente indicato, ma è plausibile ipotizzare che le plusvalenze non realizzate su partecipazioni non quotate siano riconducibili, almeno in parte, all’investimento in Anthropic.
Questo apre due riflessioni: da un lato, la sostenibilità di questi contributi nel tempo; dall’altro, il rischio che il settore tecnologico (in particolare quello legato all’AI) stia diventando sempre più circolare e autoreferenziale, con le big tech che investono le une nelle altre (o in startup strategiche), generando valutazioni e utili in parte “riflessivi”.
Anthropic è una delle principali startup nel campo dell’intelligenza artificiale generativa ed è sostenuta da grandi player come Amazon e Alphabet.
Un altro tema rilevante riguarda le stime degli analisti. È noto che, nella maggior parte dei casi, le previsioni sugli utili trimestrali tendono a essere inferiori ai risultati effettivi (circa nell’80% dei casi). In questo contesto, però, lo scostamento è stato particolarmente ampio e, in alcuni casi, difficilmente giustificabile. Alcune di queste informazioni, come nel caso del credito fiscale di Meta, erano infatti almeno in parte desumibili da dati pubblici.
Questo solleva interrogativi sulla qualità e sull’accuratezza delle stime, soprattutto considerando che gli analisti presi a riferimento per le stime dispongono teoricamente di set informativi molto più ampi e strutturati.
Nelle loro forward guidance tutte e quattro le Big Tech confermano una traiettoria di crescita e margini operativi solidi, con un entusiasmo sempre crescente per l’AI e per i risvolti tecnologici. Tuttavia, il messaggio condiviso per il futuro è chiaro: il mantenimento del vantaggio competitivo nell’era dell’Intelligenza Artificiale richiederà spese in conto capitale (CapEx) immense per costruire e aggiornare costantemente l’infrastruttura tecnologica e i data center.
Di conseguenza, l’ottimismo non manca e i mercati sembrano non riflettere più le principali criticità emerse prima del conflitto in Medio Oriente: i dubbi sull’intelligenza artificiale, l’impatto potenziale sull’occupazione, la sostenibilità dei CAPEX, la circolarità del settore AI e il rischio di un’obsolescenza tecnologica estremamente rapida e difficilmente prevedibile.
Il conflitto ha introdotto nuove fonti di incertezza, più “gestibili” e rassicurabili nel breve periodo dai policy maker e dalla presidenza statunitense.
Tuttavia, è importante ricordare che le domande più rilevanti andrebbero poste proprio quando il mercato non le sta ancora considerando.