La dottrina Monroe colpisce ancora, questa volta attraverso un cambio di regime in Venezuela.
Come ormai noto, il presidente degli Stati Uniti ha fatto catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro insieme alla moglie. Entrambi si trovano attualmente detenuti negli Stati Uniti, in attesa di un processo per diversi capi di imputazione che li collegherebbero al narcotraffico.
Già da alcuni mesi le portaerei americane si erano avvicinate alle coste venezuelane e gli Stati Uniti avevano iniziato a bloccare navi venezuelane cariche di petrolio dirette, secondo quanto affermato da Washington, verso l’Iran.
Al momento la vicepresidente, precedentemente nominata da Maduro, ha assunto il controllo del governo e sembra aver concesso piena libertà d’azione all’amministrazione statunitense nella gestione del settore petrolifero.
Tralasciamo ora il dibattito sulla legittimità dell’operazione e sull’eventualità che Maduro si sia consegnato spontaneamente o lo abbiano consegnato i suoi, e concentriamoci direttamente sul cuore economico dell’evento.
Il vero protagonista di questa vicenda è il petrolio.
Il Venezuela possiede circa 303 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate che, secondo Trump, sarebbero ora sotto il controllo degli Stati Uniti. Si tratta di circa il 17% delle riserve mondiali di petrolio.
La maggior parte di queste riserve è concentrata nella Cintura dell’Orinoco, un’area di circa 55.000 chilometri quadrati, ed è costituita prevalentemente da greggio extra pesante, che richiede processi di estrazione e raffinazione più complessi e costosi rispetto al petrolio leggero.
Ma vediamo qual è la situazione storica di questo paese in relazione al greggio.
Negli anni ’70 il Venezuela nazionalizzò la sua industria petrolifera, creando la Petroleos de Venezuela SA (PDVSA). Dopo l’elezione di Hugo Chávez nel 1999, il Venezuela ha imposto alla PDVSA la proprietà maggioritaria di tutti i progetti petroliferi. Exxon e Conoco (aziende USA) hanno abbandonato il Venezuela negli anni 2000 e i loro beni sono stati espropriati.
Nel 2018 la situazione dell’export del Venezuela era questa:

Nel 2018 il Venezuela ha esportato circa 38 miliardi di dollari in merci. Di questi, 27.8 miliardi provenivano da petrolio non raffinato e 4.5 miliardi da petrolio raffinato, per un totale pari a circa l’86% dell’export complessivo legato al settore petrolifero. Le principali destinazioni delle esportazioni erano Stati Uniti, Cina, India e Cuba.
Osservando invece il lato delle importazioni, emerge un rapporto di circa un’unità importata ogni quattro esportate, a conferma di una forte dipendenza dell’economia venezuelana dalle vendite all’estero di petrolio:

Inoltre, come si può osservare, circa il 50 per cento di ciò che il Venezuela importava era costituito da petrolio raffinato proveniente dagli Stati Uniti. Il greggio venezuelano, infatti, è troppo denso per essere trasportato senza l’utilizzo di diluenti, spesso sotto forma di prodotti petroliferi raffinati, e le raffinerie nazionali non erano più in grado di produrre benzina sufficiente per il consumo interno.
Un altro dato rilevante è che, rispetto a Paesi con un PIL simile, l’economia estera venezuelana nel 2018 presentava una struttura estremamente semplice. Il Paese produceva ed esportava quasi esclusivamente petrolio, e l’intero equilibrio economico dipendeva in larga misura da questa unica risorsa.

Come si può osservare dall’immagine, dopo il 2018 la complessità dell’economia estera venezuelana ha iniziato nuovamente ad aumentare.
Nel 2019, infatti, gli Stati Uniti hanno ufficialmente smesso di importare petrolio dal Venezuela. Sotto l’amministrazione Trump sono state imposte sanzioni particolarmente severe alla compagnia statale PDVSA, con l’obiettivo di colpire la principale fonte di entrate del governo di Nicolás Maduro.
Quella che segue è la situazione dell’export venezuelano nel 2023:

Nel giro di cinque anni l’export si è ridotto di circa quattro volte. Il valore delle esportazioni di petrolio è passato da circa 28 miliardi di dollari a poco più di 5 miliardi.
L’andamento del PIL negli ultimi dieci anni è stato il seguente:

La sintesi della produzione e consumo di petrolio del Venezuela dal 2011 al 2023 è espressa in questo grafico:

In questo contesto, a partire dal blocco delle importazioni statunitensi del 2019, alcuni analisti stimano che il petrolio esportato verso la Cina sia in realtà circa il triplo di quanto risulti dai dati ufficiali. Una parte rilevante delle esportazioni avverrebbe infatti in modo non dichiarato, per evitare ritorsioni finanziarie o diplomatiche da parte di Washington, ritorsioni che, come visto, si sono comunque concretizzate.
Inquadrata questa situazione dell’economia venezuelana, le prospettive attuali appaiono estremamente complesse. Tuttavia, con elevata probabilità, si assisterà a un ritorno in Venezuela delle compagnie petrolifere statunitensi che in passato avevano subito espropri sotto il governo Chávez, come ConocoPhillips ed ExxonMobil, entrambe titolari di crediti miliardari legati a quelle nazionalizzazioni.
Nel corso di questi anni Chevron è rimasta l’unica grande compagnia petrolifera statunitense a mantenere una presenza nel Paese, operando in diversi segmenti della filiera. Oggi Trump ha annunciato che il Venezuela trasferirà tra 30 e 50 milioni di barili di petrolio agli Stati Uniti, per un valore stimato fino a circa 3 miliardi di dollari ai prezzi di mercato. Chevron ha già avviato l’invio di undici petroliere verso i porti di José e Bajo Grande per il carico del greggio.
La ripercussione di tutto ciò sul mercato petrolifero sarà probabilmente un aumento dell’offerta di greggio, che contribuirà a mantenere il prezzo del petrolio relativamente stabile.
Un prezzo del petrolio contenuto rappresenta un fattore favorevole per Trump nella gestione dell’inflazione e, di conseguenza, nella prospettiva delle elezioni di mid-term previste per novembre di quest’anno.
Le aziende coinvolte nella ripresa delle attività di produzione, raffinazione e trasporto del petrolio venezuelano potrebbero registrare un aumento del fatturato. Tuttavia, è ancora necessario comprendere con precisione le modalità con cui il petrolio venezuelano verrà gestito e quali saranno gli sviluppi concreti di questa fase di apparente incertezza.
La nostra visione è che tale incertezza sia in larga parte solo apparente e che molte decisioni siano già state prese in anticipo dall’amministrazione statunitense in coordinamento con il Venezuela.
Di conseguenza, per chi fosse interessato a investire in azioni di compagnie petrolifere statunitensi, il momento attuale potrebbe rappresentare un’opportunità, poiché i prezzi non sembrano ancora riflettere pienamente questi sviluppi, proprio a causa dell’incertezza percepita. Infatti, dopo l’euforia iniziale sui titoli legati al settore energetico, molte quotazioni si sono riequilibrate avvicinandosi ai livelli precedenti alla recente operazione USA in Venezuela.
Come sempre, l’opportunità di investimento si presenta quando i prezzi di un asset non riflettono ancora un evento possibile. Una volta che l’evento diventa certo e si realizza, il prezzo dell’asset incorpora pienamente la nuova realtà, e pertanto non offre più alcun vantaggio legato all’anticipazione dell’evento.