Le banche centrali intervengono per mitigare gli squilibri economici mediante l’attuazione di politiche monetarie appropriate. Tuttavia, ciò accade soltanto quando l’obiettivo della politica monetaria riguarda una variabile che può essere effettivamente influenzata dallo strumento di intervento.
È molto semplice, quando l’inflazione aumenta la banca centrale può alzare i tassi di interesse per contrastarla, raffreddando così l’economia. Tuttavia, quando l’inflazione deriva, per esempio, dall’aumento del prezzo del petrolio causato dalla chiusura dello stretto di Malacca, allora anche un forte rialzo dei tassi non sarà sufficiente a farla rientrare.
Allo stesso modo, quando la disoccupazione attuale, e ancor più quella futura, è il risultato di uno shock esogeno, viene spontaneo chiedersi che cosa possano realmente fare le banche centrali per intervenire.
Lo shock esogeno di cui sto parlando è l’adozione accelerata dell’Intelligenza Artificiale, che sta innescando quella che l’economista Joseph Schumpeter definì “distruzione creativa”. Questo processo descrive la sostituzione di un paradigma economico precedente con uno nuovo, portando con sé conseguenze inevitabilmente ambivalenti.
Da un lato, emergono nuove modalità di lavoro e si assiste a un ripensamento radicale delle attività lavorative in vista di una nuova efficienza; dall’altro, ciò richiede una significativa e spesso dolorosa ristrutturazione della forza lavoro.
Il Challenger Report di ottobre 2025 mostra questo conseguenza dell’innovazione:
Il Challenger Report è un rapporto mensile pubblicato dalla società statunitense Challenger, Gray & Christmas, che fornisce dati sulle intenzioni di licenziamento e riduzione del personale da parte delle imprese negli Stati Uniti.

Il picco di Marzo è dovuto ai licenziamenti nel settore pubblico messi in atto dall’amministrazione Trump.
Dati alla mano, il Challenger Report (ad ottobre) ha registrato 153 mila licenziamenti, con un aumento del 183% rispetto a settembre e del 175% rispetto a ottobre 2024. Si tratta del valore più alto per il mese di ottobre dal 2003.
Se si osserva il solo settore tecnologico, si nota che a ottobre sono stati annunciati 33.281 tagli di posti di lavoro, un dato in forte crescita rispetto ai 5.639 di settembre. Nel complesso dell’anno, le aziende del settore tecnologico hanno annunciato 141.159 licenziamenti, in aumento del 17% rispetto ai 120.470 registrati nello stesso periodo del 2024.
Qualche mese fa, quando si analizzavano i dati sulla disoccupazione e sulle nuove buste paga, si sottolineava a sostegno della solidità dell’economia americana che, durante l’amministrazione Trump, le politiche migratorie più restrittive avevano contribuito a ridurre di qualche milione il numero di immigrati.
Questa diminuzione ha inevitabilmente comportato una minore offerta di lavoro e, di conseguenza, un numero inferiore di nuovi occupati. Tuttavia, in questo caso non si tratta di uno spostamento verso il basso del punto di equilibrio tra domanda e offerta di lavoro, ma di veri e propri licenziamenti.
Come si può gestire questa nuova forma di disoccupazione? È opportuno ridurre i tassi di interesse per stimolare l’economia?
In realtà, ci troviamo di fronte a una situazione simile a quella dell’inflazione causata dall’aumento del prezzo del petrolio: il fenomeno è esogeno e quindi difficile da gestire con gli strumenti tradizionali della politica monetaria. Probabilmente, i nuovi modelli di produttività dovranno essere accettati per quello che sono, senza poter limitare del tutto i loro effetti, siano essi positivi o negativi.
Nel frattempo, i mercati finanziari festeggiano, poiché guardano soltanto al lato aziendale della questione. In due parole: meno dipendenti = maggiori margini di profitto. Tuttavia, col passare del tempo e con l’accumularsi della disoccupazione, i consumi privati potrebbero diminuire, e in questo senso può diventare utile continuare a ridurre i tassi di interesse per sostenere la domanda interna.
Inoltre, emerge un altro problema che, almeno per ora, viene spesso accantonato. La questione riguarda la velocità con cui le nuove tecnologie (i chip) diventano obsolete. Se il ritmo dell’innovazione continua ad accelerare, come cambierà l’economia capitalista in un contesto in cui si verificano molteplici “distruzioni creative” nel corso di un solo secolo?
Per comprendere l’entità del cambiamento, basta guardare alla storia. Dal controllo del fuoco alla ruota, l’umanità ha impiegato circa un milione di anni. Dalla rivoluzione industriale all’invenzione dell’automobile, sono trascorsi circa 150 anni. Dallo smartphone all’intelligenza artificiale generativa, invece, sono bastati meno di vent’anni.
Non possiamo però dire che il mercato non stia già prezzando, in base all’umore giornaliero, anche alcune notizie o eventi negativi. Sul fronte azionario, la volatilità è infatti tornata ad aumentare e si percepisce sicuramente più incertezza rispetto a qualche settimana fa.