Recentemente c’è stato uno spettacolo sulla storia dell’umanità dello storico Guido Damini e, a un certo punto, si è parlato delle transizioni del potere egemonico tra le grandi potenze nel corso della storia.
Il grande economista politico Giovanni Arrighi spiegava come è diviso il ciclo egemonico di uno stato. Una fase iniziale in cui il paese produce una quota rilevante dei beni consumati a livello globale e una fase finale caratterizzata da un’eccessiva finanziarizzazione del sistema economico. In questa fase matura il paese tende a finanziare altre economie emergenti che, nel tempo, finiscono per sostituirlo come nuova potenza egemone.
Oggi la potenza egemone sono senza dubbio gli Stati Uniti. Tuttavia hanno già superato la fase in cui la produzione industriale mondiale era concentrata prevalentemente al loro interno. Non a caso le politiche di Donald Trump degli ultimi anni hanno cercato di rilanciare l’industria manifatturiera nazionale nel tentativo di rallentare quello che molti interpretano come un lento e strutturale declino relativo nel sistema economico globale.
La principale candidata a raccogliere il testimone è la Cina, che oggi produce circa il 30% del totale globale dei beni manifatturieri ed è spesso definita “la fabbrica del mondo”.
Questo possibile passaggio di consegne potrebbe essere accelerato o rallentato dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Stati Uniti e Cina stanno infatti competendo a colpi di modelli LLM e innovazione tecnologica, cercando di sviluppare sistemi sempre più efficienti e soprattutto con costi inferiori rispetto ai concorrenti.
Ad esempio già al lancio di DeepSeek si era sollevato un forte dibattito. I titoli legati all’intelligenza artificiale negli Stati Uniti ne avevano risentito e sono emersi dubbi sulla sostenibilità dei grandi investimenti effettuati e sul rischio di rapida obsolescenza, considerando la velocità di innovazione determinata dalla competizione tra USA e Cina, in modo non troppo diverso da quanto avvenne durante la corsa agli armamenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Come abbiamo già detto, nel breve periodo è il sentiment a guidare l’interpretazione degli operatori. Basta una notizia negativa per spostare l’attenzione sui rischi e sulle criticità legate all’intelligenza artificiale. Al contrario una notizia positiva può riaccendere l’entusiasmo e sostenere le valutazioni. La competizione tra Stati Uniti e Cina su questo fronte va quindi monitorata con attenzione. Non tanto perché sia realistico prevedere chi vincerà questa guerra tecnologica, previsione complessa anche per gli addetti ai lavori, quanto perché è possibile anticipare almeno in parte come il mercato potrebbe reagire a determinate notizie.
Tutta questa premessa per dire che per febbraio è prevista l’uscita della quarta versione di DeepSeek, anche se non si può escludere un eventuale slittamento. Il lancio potrebbe riaccendere il consueto dibattito sull’intelligenza artificiale. Nell’ambiente della programmazione e dello sviluppo, infatti, sembra emergere una crescente propensione di alcune aziende a orientarsi verso modelli di origine cinese.
Questo evento sarà con ogni probabilità al centro dell’attenzione nella formazione del sentiment degli investitori per i giorni successivi. Alla luce dei precedenti risultati di DeepSeek, non si può escludere che si ripeta quanto già osservato in passato, ovvero una fase di debolezza per le big tech americane nel breve periodo.
Alla luce di queste considerazioni, sconsigliamo operazioni speculative di brevissimo termine. Restiamo invece orientati verso una visione costruttiva nel medio periodo, continuando a ritenere plausibile una moderata crescita dei mercati azionari.