C’è un’antica frase che viene utilizzata ancora oggi per indicare un obiettivo che si deve a tutti i costi raggiungere:
Carthago delenda est.
Cartagine deve essere distrutta.
Questa è la frase con cui Catone il Censore (un censore romano) terminava i suoi discorsi in Senato, anche quando l’argomento trattato non riguardava affatto la città nemica. Questo a testimoniare la sua ossessione per Cartagine.
Groenlandia expugnanda est.
La Groenlandia deve essere conquistata.
Questa è invece la frase che Trump pronuncia dall’inizio del suo mandato. Una vera ossessione per il Presidente.
“Il mondo non sarà sicuro se non avremo il controllo totale e completo dell’isola.”
“Dazi per i Paesi che ostacolano l’annessione della Groenlandia.”
“Va allontanata la minaccia russa, noi lo faremo.”
Queste sono solo alcune recenti frasi pronunciate da Trump sul tema. Quello che leggiamo a riguardo è variegato, ma il succo è che Trump vuole annettere/conquistare/comprare (ancora non è chiaro) il territorio Danese della Groenlandia.
Per dare un’idea del sentiment della “massa” sulla questione, qui sotto è riportato un grafico di una nota piattaforma di scommesse su eventi, che mostra l’opzione “Trump acquisirà la Groenlandia prima del 2027?” con una probabilità del 19%. Questa stima è calcolata su un volume totale di scommesse pari a 17.5 milioni di dollari:

Tornando a noi, la domanda da porsi è: perché Trump vuole farlo? Quali possono essere le ripercussioni sui mercati finanziari? Possono esserci singole società quotate coinvolte che ne beneficeranno?
Per provare a dare qualche spunto, partiamo dall’inizio.
La Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca, di fatto una ex colonia, e conta circa 60 mila abitanti, quasi tutti autoctoni. Ha un PIL di circa 3.3 miliardi di dollari. Per dare un’idea delle dimensioni, il solo PIL di Roma è intorno ai 200 miliardi di euro. L’economia groenlandese si basa soprattutto sulla pesca e su altre attività artigianali e tradizionali.
Per esempio, questo è il quadro dell’export, con a destra i prodotti esportati e a sinistra i Paesi verso cui vengono esportati:

Ma questa attività non basta affatto per sostenere il proprio bilancio pubblico, la Groenlandia infatti dipende in modo rilevante dai trasferimenti della Danimarca. Ogni anno riceve il cosiddetto block grant, che nel periodo 2023 – 2024 è stato pari a circa 4.1/4.3 miliardi di corone danesi, cioè intorno ai 600 milioni di dollari.
Questa somma vale quasi il 20% del PIL groenlandese e copre circa la metà delle entrate del governo locale. Senza questo contributo sarebbe molto difficile finanziare servizi fondamentali come sanità, istruzione, trasporti e amministrazione pubblica in un territorio enorme, poco popolato e con costi logistici elevatissimi. Proprio questa dipendenza economica spiega perché, finora, l’indipendenza completa dalla Danimarca non sia stata perseguita con decisione immediata.
Negli ultimi anni, però, il sentimento indipendentista è cresciuto. Una parte sempre più ampia della popolazione e della classe politica ritiene che la Groenlandia debba puntare a una piena sovranità, anche cercando nuovi partner internazionali.
Alle ultime elezioni parlamentari, svolte nel 2025, il partito Democratico ha ottenuto circa il 30% dei voti ed è diventato la prima forza politica. È favorevole all’indipendenza, ma con un percorso graduale e prudente. Subito dietro si è piazzato Naleraq, con circa il 25%, che invece chiede una separazione rapida dalla Danimarca. La differenza tra i due non è tanto sull’obiettivo finale, quanto sui tempi e sui rischi economici da accettare.
In questo contesto si inserisce l’interesse degli Stati Uniti. Se la Groenlandia diventasse indipendente, perderebbe automaticamente il trasferimento danese e dovrebbe trovare una fonte alternativa di sostegno finanziario. Da qui nasce l’idea, spesso citata nel dibattito politico, che Washington potrebbe intervenire con aiuti economici simili a quelli garantiti oggi da Copenaghen.
Stando così la situazione economica e politica della Groenlandia, perché gli USA vorrebbero entrarne in possesso?
Per due questioni fondamentali.
Il primo (da trattare con le pinze) riguarda le risorse naturali. Secondo infatti l’US Geological Survey, sotto i ghiacci della Groenlandia si troverebbero enormi risorse naturali, fino al 13% del petrolio mondiale non ancora scoperto e il 30% del gas, oltre a oro, rubini, diamanti e zinco; il riscaldamento globale le sta rendendo sempre più accessibili e il valore complessivo delle ricchezze non ancora sfruttate è stimato tra i 300 e i 400 miliardi di dollari.
La questione “risorse naturali” secondo noi è comunque marginale rispetto alla seconda questione, di gran lunga più importante.
Cioè la posizione geografica della Groenlandia al centro dell’Artico. Infatti lo scioglimento dei ghiacci sta rendendo navigabili rotte come la Northern Sea Route tra Europa, Asia e Nord America, riducendo di migliaia di chilometri i percorsi rispetto al Canale di Suez e aumentando l’importanza strategica dell’isola.
Controllare o influenzare un territorio come la Groenlandia significa quindi avere un punto di osservazione e di presenza fondamentale su queste future rotte, che potrebbero diventare sempre più centrali perché non dipendono dai colli di bottiglia che possono verificarsi a seguito di blocco degli stretti.
Ecco un’immagine per darvi un’idea della rotta commerciale sotto osservazione e la posizione privilegiata della Groenlandia:

Non è chiaro né in che modo né quando la Groenlandia potrebbe diventare “americana”, e non è certo che ciò accadrà realmente. Tuttavia, ora che abbiamo delineato un quadro più chiaro, seppur sintetico, della situazione, possiamo provare a ipotizzare quali potrebbero essere le ripercussioni sui mercati finanziari.
Come abbiamo già detto precedentemente, ci troviamo in un periodo in cui viene premiata la selettività e a maggior ragione scenari di questo tipo difficilmente porteranno a un rialzo generalizzato dei mercati, ma potrebbero creare opportunità di crescita significative per aziende specifiche.
Le imprese che potrebbero beneficiare direttamente sono quelle coinvolte nell’estrazione di risorse naturali come petrolio, gas e minerali rari, così come quelle impegnate nello sviluppo di infrastrutture logistiche e nel trasporto lungo le rotte artiche.
I nomi delle aziende sono quelli che abbiamo già incontrato nel caso del Venezuela. Si tratta di ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips per l’estrazione di petrolio e gas, di aziende come Huntington Ingalls Industries e General Dynamics per la logistica in aree remote e il supporto marittimo, e ovviamente di tutte le compagnie del settore difesa e spaziale legate al governo statunitense.
Le domande da porsi, però, sono complesse. Qual è realmente il margine di guadagno delle operazioni che possono essere condotte in Groenlandia, considerata la difficoltà estrema del territorio e le condizioni ambientali estreme? E soprattutto, quanto dei prezzi attuali di questi titoli riflette già la possibilità che il governo USA aumenti la propria presenza sull’isola, generando maggiori opportunità per queste aziende?
Per fare un paragone riprendiamo un pezzo dell’articolo del 7 gennaio riguardo al Venezuela e ai titoli petroliferi. Scrivevamo così:
“Di conseguenza, per chi fosse interessato a investire in azioni di compagnie petrolifere statunitensi, il momento attuale potrebbe rappresentare un’opportunità, poiché i prezzi non sembrano ancora riflettere pienamente questi sviluppi, proprio a causa dell’incertezza percepita. Infatti, dopo l’euforia iniziale sui titoli legati al settore energetico, molte quotazioni si sono riequilibrate avvicinandosi ai livelli precedenti alla recente operazione USA in Venezuela.”
Oggi molti dei titoli sopra citati si trovano sui massimi e non beneficiano di un margine di sicurezza derivante da forti ritracciamenti recenti, per cui un investimento basato su queste premesse risulta molto difficile.
Questo dipende sia dai livelli di prezzo attuali sia dal fatto che la situazione “Groenlandia” (a differenza del Venezuela) è ancora estremamente embrionale, rendendo praticamente impossibile stimare con quale probabilità gli Stati Uniti diventeranno “padroni” della Groenlandia e in quale arco di tempo ciò potrebbe avvenire.
Per il momento, quindi, sconsigliamo di lasciarsi trasportare da narrative di conquista e sviluppo, evitando investimenti mirati esclusivamente a questo scenario. Ribadiamo invece l’importanza di mantenere un approccio selettivo, privilegiando titoli o settori basati su fondamentali solidi piuttosto che su narrazioni di moda.