La trimestrale di NVIDIA ha battuto le stime degli analisti. Nell’after market di due sere fa, il titolo è salito in modo significativo e, ieri mattina, l’intero mercato americano si è mostrato positivo, salvo poi chiudere in territorio negativo, con il Nasdaq 100 che ha perso il 3.5%.
In piena regola “buy the rumor e sell the news”, rispetto alla trimestrale di Nvidia.
Questo dimostra che l’incertezza che si sta propagando nel mercato non dipende soltanto dalle trimestrali o dai singoli risultati societari. La tanto attesa trimestrale di NVIDIA, considerata un punto di riferimento per il settore, è infatti risultata molto positiva, anche in termini di prospettive future.
Allora, senza entrare troppo nelle spiegazioni del singolo movimento di mercato, possiamo affermare che gli operatori stanno iniziando a prezzare, in modo tutto sommato ordinato, l’incertezza legata al mondo dell’AI e alle sue valutazioni. Parliamo di un insieme di elementi che alimentano dubbi e che abbiamo già affrontato.
Un’economia che ruota sempre più su se stessa, un utilizzo del debito forse eccessivo, investimenti (CAPEX) molto elevati che riducono il free cash flow e cicli di ammortamento più lunghi del passato.
Sono aspetti che ogni analista può interpretare in modo diverso, confermare o contestare, ma che in ogni caso introducono un livello di incertezza che inevitabilmente si riflette nei prezzi.
Parallelamente, un altro fattore da tenere in considerazione riguarda i dati economici che stiamo recuperando dopo lo shutdown. Ieri sono stati pubblicati due indicatori di primo piano:
il tasso di disoccupazione, salito al 4.4% rispetto al 4.3% precedente e atteso, e le buste paga del settore non agricolo, che a settembre sono aumentate di 119 mila unità contro le 53 mila previste.
Questo porta a una domanda naturale: com’è possibile che il tasso di disoccupazione aumenti mentre l’occupazione cresce?
In realtà è un fenomeno piuttosto comune. Nel calcolo della disoccupazione bisogna infatti considerare anche la dinamica degli inattivi, ossia le persone che non lavorano e non cercano attivamente un impiego. Se una parte degli inattivi torna a cercare lavoro, rientra nella forza lavoro e questo fa aumentare il numero di disoccupati, anche se nel frattempo cresce il numero degli occupati.
Immagina un’economia in cui, all’inizio, la situazione del lavoro è piuttosto stabile.
Le persone che hanno un impiego sono 100, i disoccupati sono 4 e ci sono altre 20 persone che non lavorano ma, soprattutto, non stanno nemmeno cercando lavoro. Sono i cosiddetti inattivi, e non rientrano nel calcolo della forza lavoro.
A un certo punto, grazie a un miglioramento del clima economico o semplicemente perché vedono più opportunità, alcuni di questi inattivi decidono di rientrare nel mercato del lavoro e ricominciano a mandare CV, fare colloqui, informarsi sulle offerte.
Diciamo che 5 di loro tornano attivi. Di questi, però, solo 2 trovano subito un posto, mentre gli altri 3 restano in cerca.
A questo punto gli occupati aumentano (da 100 a 102), ma allo stesso tempo aumentano anche i disoccupati (da 4 a 7), perché quei 3 nuovi arrivati che stanno cercando lavoro vengono conteggiati come disoccupati, mentre prima erano semplicemente “invisibili” nelle statistiche.
Il risultato finale è che abbiamo più persone che lavorano, ma anche un tasso di disoccupazione più alto. Non perché l’economia sia peggiorata, ma perché più persone stanno partecipando al mercato del lavoro.
Ora dovremmo chiederci che cosa abbia spinto gli inattivi a rientrare nella forza lavoro. È semplicemente il normale ciclo economico? Oppure una graduale erosione del risparmio accumulato negli anni recenti?
Questo rappresenta un ulteriore elemento di incertezza che si somma agli altri, anche se, per il momento, l’economia americana continua a mostrarsi solida.
Sono, infatti, ormai tramontate le previsioni secondo cui i dazi avrebbero inevitabilmente generato alta inflazione, bassa crescita e un contesto di stagflazione. La realtà è che gli Stati Uniti continuano a crescere a un ritmo sostenuto e l’inflazione non è esplosa (pur non essendo ancora vicina al 2%, sia chiaro).
In questo contesto economico, siamo ormai in un ribasso di circa l’8.5% dai massimi del Nasdaq 100 e, come spesso accade nelle fasi di correzione, la discesa dei listini sta iniziando a riaprire opportunità interessanti per nuovi investimenti. Le valutazioni si stanno infatti progressivamente normalizzando e diversi titoli stanno tornando su livelli più vicini ai loro fair value.